Consigli
Altitudine
Un discorso a parte va fatto per i problemi che insorgono quando si cammina ad alta quota. Per una persona sana, di corporatura normale e ben allenata, anche i 4810 metri della cima del Monte Bianco possono non creare problemi, purché li si affronti con gradualità sia in salita sia in discesa, acclimatandosi mano a mano. Cosa ben diversa e assai negativa è invece i portarsi in quota o scendere nel giro di pochi minuti come si fa quando si usano funivie, seggiovie, ovovie e altri impianti del genere. Con il diminuire della pressione atmosferica, l’altitudine provoca nell’organismo un aumento della pressione arteriosa, un fenomeno questo che può preoccupare gli individui sofferenti di cuore e di pressione alta. Un sintomo dovuto alla rarefazione dell’ossigeno è il “mal di montagna”: si verifica a quote variabili da soggetto a soggetto e si manifesta con un senso di malessere, di vertigine e di debolezza. Senza dubbio, il rimedio migliore è scendere al più presto a quote basse. A questi aspetti bisogna aggiungere quelli relativi alla preparazione e alle conoscenze specifiche che vanno da un adeguato equipaggiamento alle previsioni del tempo e all’uso dell’altimetro: quest’ultimo, con la sua doppia funzione altimetrica e barometrica, è uno strumento assai importante per chi si avventura nel mondo delle alte vette e dei ghiacci.
Come organizzare lo zaino
Oggi, dopo numerose "tappe", si è giunti alla conclusione che il maggior comfort nel trasporto a spalla si ha se lo schienale dello zaino aderisce seguendo l'anatomia dorsale e se il carico è ben distribuito tra spalle, dorso e bacino, regolando adeguatamente l’altezza della cintura ventrale. Per camminare sicuri e ridurre lo sforzo e l’affaticamento, inoltre, è indispensabile che il carico sia equilibrato distribuendo razionalmente il carico all’interno dello zaino. Nel riporre gli oggetti, si dovrà tener conto dei loro pesi, dei tempi d’uso e della necessità di pronto impiego, della loro sensibilità all’umidità e fragilità agli urti. A questi aspetti bisogna aggiungere quelli relativi alla preparazione e alle conoscenze specifiche che vanno da un adeguato equipaggiamento alle previsioni del tempo e all’uso dell’altimetro: quest’ultimo, con la sua doppia funzione altimetrica e barometrica, è uno strumento assai importante per chi si avventura nel mondo delle alte vette e dei ghiacci.
Dallo zaino non deve sporgere o ciondolare nulla per non impigliarsi ai rami nell’attraversamento di un bosco e quindi, con una razionale disposizione interna, non conviene legare nulla all'esterno dello zaino. Lo scomparto interno della patella superiore è il posto ideale per i documenti, cartine, guide, soldi; in quello esterno o nell’eventuale tasca posteriore potete mettere vari oggetti come un coltello multiuso, gli occhiali, la piccola farmacia, gli strumenti di orientamento, qualche bene di conforto per la marcia.
Un consiglio essenziale per i trek itineranti: non caricate lo zaino oltre l’indispensabile. Durante un trek, infatti, molti oggetti e indumenti di ricambio si potranno presto rivelare superflui e vi pentirete di non averli lasciati a casa: pochi e sufficienti capi e una porzione di sapone per lavare sono il segreto per un trek di più giorni. I tessuti con i quali sono confezionati gli zaini, infine, non sono mai completamente impermeabili e se incappate in un periodo di maltempo rischiate di giungere al rifugio con indumenti di ricambio bagnati. Per evitare l’inconveniente esistono delle mantelline di ricambio di nylon che ricoprono anche lo zaino. Ma la soluzione più semplice ed economica è di infilare nello zaino, prima di caricarlo, un saccone di plastica e di riporre in esso tutti gli oggetti, oppure di mettere quanto volete tenere asciutto in sacchetti di plastica.
Emergenza
È’ importante, per chi frequenta la montagna, conoscere la segnaletica di emergenza. I segnali di richiesta possono essere acustici o luminosi. Le modalità di chiamata sono le seguenti: un segnale ogni dieci secondi, ripetuto per sei volte nello spazio di un minuto, con successiva pausa di un minuto e così via. La risposta è un segnale ogni venti secondi ripetuto per tre volte nello spazio di un minuto, con successiva pausa di un minuto. Esistono anche segnali internazionali di soccorso terra-aria rivolti a elicotteri e aerei. Chi intercetta un segnale di soccorso è tenuto ad avvertire il Posto di chiamata o la Stazione di Soccorso Alpino più vicina.
confermare il soccorso alzando le braccia ben aperte in modo tale di formare, con il proprio corpo, la Y di "yes". Oppure, se ci si accorge di essere sotto l'attenzione di un elicottero di soccorso e non si ha bisogno di aiuto, aprire le braccia in modo diagonale per formare la barra centrale obliqua della lettera N "no". È buona norma non sbracciarsi per salutare un elicottero con i soccorritori che sono in intervento e, nel caso si intercetti un segnale di soccorso, si è tenuti ad avvertire il Posto di chiamata (un rifugio) o la Stazione di Soccorso Alpino più vicina.
Igiene
Come si fa a lavarsi quando si cammina per più giorni senza incontrare rifugi o alberghi? E’ un problema che si pongono tutti coloro che purtroppo non hanno mai avuto la possibilità di vivere all’aria aperta, distanti dai rubinetti dell’acqua calda. Camminando nella natura succede di trovarsi a montare la tenda e pernottare in luoghi privi d’acqua. Questo, però, non significa che all’aperto non ci si possa lavare. Anzi, fra i ricordi più belli di un trekking in montagna, ci saranno senz’altro i gelidi bagni tonificanti nei torrenti d’alta quota, ideali per la circolazione sanguigna della cute e del tessuto sottocutaneo. Bagni a base di acqua e sapone. Nessuno shampoo particolare, nessuna procedura alchimistica: un torrente e un pezzo di sapone possono risolvere da soli i problemi di igiene di un trekker.
Un particolare riguardo bisogna averlo per i piedi, certamente parte del corpo più sacrificata e sofferente nelle camminate. E’ quasi indispensabile lavarli quotidianamente per tonificarli e prevenire arrossamenti e vesciche. E neppure bisogna dimenticare la regolare e importante pulizia dei denti, soprattutto considerando che camminando si può fare largo uso di zuccheri e che un mal di denti rovinerebbe completamente il trekking. E poi, quando capita di avere le comodità, si apprezza ancora di più una lunga e tiepida doccia, le cui proprietà sono evidenti: l’azione rilassante e sedativa sul sistema nervoso, il potere di eliminare i prodotti delle secrezioni che, accumulandosi e impastandosi con la polvere dell’ambiente, impediscono alla pelle di svolgere le sue normali funzioni e costituiscono il terreno ideale per germi e parassiti. Per concludere, due parole anche sulle esigenze fisiologiche. Ricordiamoci sempre di coniugare il verbo “occultare”, nel giusto rispetto altrui, quantunque si tratti di... naturale concimazione.
Ipotermia
L'ipotermia è definita da una temperatura centrale (rettale) del corpo inferiore ai 35 °C. In montagna le perdite di calore sono praticamente tutte legate ad esposizioni prolungate al freddo, nella maggior parte dei casi in seguito ad incidenti (per es. caduta in crepaccio, vittima da valanga).
Si suddividono diversi stadi d'ipotermia:
-
leggera (da 35°C a 34°C), stato di eccitazione. Il soggetto è sveglio, agitato, disorientato e presenta brividi. La pelle è bianca. Mani e piedi sono dolenti. Respirazione e frequenza cardiaca aumentano.
-
media (da 30°C a 33°C), stato di paralisi. Il soggetto è assente, sonnolento. Presenta rigidità muscolare, braccia flesse, nessun dolore. Il polso è lento/ irregolare, il respiro irregolare, insufficiente.
-
grave (<30 °C), stato di incoscienza. Il soggetto è incosciente. Non c'è alcuna risposta a stimolazione. Sono presenti estrema bradicardia e pause respiratorie.
-
profonda (<27 °C), morte apparente. Assenza di riflessi pupillari, midriasi. Arresto cardio-respiratorio.
Importante è riconoscere le cause dell'ipotermia accidentale per portare immediatamente il primo, sovente determinante, soccorso.
Per quanto riguarda l'attività del trekking può succedere di essere esposti a grandi freddi per la particolarità geografica del territorio e per i forti venti che si possono incontrare (esposti in cresta o nel passaggio di un colle) che aumentano la percezione del freddo. Per evitare l'eccessiva perdita di calore è sufficiente essere ben equipaggiati: a seconda delle destinazioni conviene attrezzarsi con una giacca impermeabile, traspirante e con l'imbottitura in piumino, calze calde e con uno spessore conveniente, guanti in pile e molto utili sono i sottoguanti in seta o moffole impermeabili sopra i guanti.
Primo soccorso
Elenchiamo i problemi fisici più comuni che si affrontano nella pratica del trekking, con brevi consigli su come fronteggiarli ed alcune tecniche di primo soccorso:
-
per quanto riguarda le ferite, si possono aver emorragie più o meno abbondanti. Dopo aver opportunamente lavato la ferita con acqua e disinfettato, si tampona la fuoriuscita di sangue in sede o apponendo un laccio emostatico a monte della ferita, e quindi si fascia il tutto con garza o un fazzoletto;
-
nel caso di trauma distorsivo, cioè dove non è avvenuta una fuoriuscita permanente dei capi articolari, è consigliabile l’applicazione sulla zona interessata di ghiaccio o acqua fresca, posizionando l’arto in riposo;
-
le punture di insetti sono altrettanto fastidiose. Oltre a una reazione locale, in rari casi possono procurare dei veri e propri shock. L’urgenza viene risolta con un impacco di Amuchina sulla zona interessata, mantenendo inumidita la garza costantemente;
-
riguardo alle vesciche e piaghe che facilmente si possono formare nei piedi durante il cammino: per le prime, vanno prevenute con calze e scarpe adeguate; se tendono a formarsi, appena avvertito l’arrossamento, è utile posizionare sulla parte una piccola porzione di cerotto in tela. Se l'arrossamento si è già tramutato in vescica si possono utilizzare gli appositi cerotti siliconici in vendita nelle farmacie facendo attenzione a non toglierli sino a quando la pelle sulla parte interessata si è riformata.
Rifiuti
Il problema dei rifiuti in natura è “spinoso e tagliente come l’orlo frastagliato di una scatoletta arrugginita” e risolverlo è difficile. Una busta di plastica, il foglio di carta stagnola del pacchetto di sigarette, la linguetta della lattina di bibita: sui pascoli alpini come sulle cime appenniniche o sui litorali è purtroppo “normale” trovare questi residui del passaggio dell’uomo. Lungo i sentieri, attorno ai rifugi, su ghiaioni e morene, nei ghiacciai di casa nostra come in quelli nepalesi, perfino in fondo alle grotte ha fatto la sua apparizione “il rifiuto”. Alla base di questa situazione di degrado sta una grande maleducazione dell’uomo. Rispetto al passato infatti la nostra era produce un’enorme quantità di rifiuti che rappresentano una violenta aggressione all’ambiente, che non riesce a metabolizzarli sia perché sono troppi e troppo concentrati, sia perché sempre più spesso sono sostanze chimiche, sconosciute alla natura, non biodegradabili e tossiche.
Basterebbe che ognuno rimettesse nello zaino questi contenitori (che, soprattutto vuoti, pesano pochissimo), per preservare integro il fascino e il significato di quegli ambienti nei quali si possono trascorrere tante ore felici. Evidentemente le abitudini irresponsabili, assimilate nel tempo da una cultura sbagliata, finiscono col trasformarsi in condizionamenti automatici più forti del più elementare ragionamento. Ed è così che si diventa una delle cause del degrado dell’ambiente. La presenza massiccia di oggetti metallici e plastici, infatti, all’interno di un ecosistema fragile come ad esempio quello montano, può alterare la naturale traspirazione del suolo e può inquinare le falde acquifere delle sorgenti vicine; inoltre sacchetti e lattine diventano autentiche trappole dentro le quali vanno a morire, attratti dai residui delle sostanze zuccherine, centinaia e centinaia di insetti, necessari all’impollinazione della flora alpina e dell’equilibrio ecologico dei loro micro-ambienti.
Per tentare di arginare questi pericoli, molte associazioni ambientaliste hanno organizzato meritorie iniziative di pulizia, riportando a valle quantità inimmaginabili di immondizie, e restituendo la primitiva bellezza a molti ambienti naturali, pesantemente aggrediti dall’onda del turismo. Tuttavia queste iniziative non sono mai risolutive, anche se servono come esempio e come richiamo morale per tutti. Meglio sarebbe se venissero programmate come momenti culminanti di campagne più articolate, in cui trovano spazio altre strategie (interventi educativi, di incentivazione, legislativi, ecc.). Quindi la prima regola è quella di riportare nello zaino tutti i rifiuti, che verranno poi destinati ad una corretta raccolta differenziata.


